L’Articolo 5 è il cuore del trattato che sancisce l’alleanza Atlantica e rappresenta il significato stesso dell’esistenza della NATO: “The Parties agree that an armed attack against one or more of them in Europe or North America shall be considered an attack against them all and consequently they agree that, if such an armed attack occurs, each of them, in exercise of the right of individual or collective self-defence recognised by Article 51 of the Charter of the United Nations, will assist the Party or Parties so attacked by taking forthwith, individually and in concert with the other Parties, such action as it deems necessary, including the use of armed force, to restore and maintain the security of the North Atlantic area. Any such armed attack and all measures taken as a result thereof shall immediately be reported to the Security Council. Such measures shall be terminated when the Security Council has taken the measures necessary to restore and maintain international peace and security.”

Ciò che è accaduto in Francia può certamente rientrare sotto la fattispecie dell’articolo 5. Gli attentati hanno violato l’integrità e la sicurezza della Francia e del popolo Francese, di uno dei paesi membri della NATO, e non c’è dubbio che di fronte a tanto orrore non si possa più parlare di misure di prevenzione.
Chi, come me, frequenta ambienti militari sa che il livello di attenzione dei paesi che partecipano alla coalizione internazionale in contrasto all’Isis è altissimo. La cooperazione tra servizi, polizie e forze di sicurezza consente di raccogliere e vagliare un numero altissimo di situazioni e informazioni.
In Francia, dopo l’attentato di Charlie, le misure erano stringenti.
Ieri sera tuttavia, in 33 minuti, diversi commando hanno colpito 7 punti diversi della città.
In modo brutale e preciso scegliendo luoghi “non simbolicima colpendo la vita quotidiana delle persone. Potevano scegliere chiese, infrastrutture, comandi di polizia, un’ambasciata…invece hanno colpito un bar, un ristorante, una sala da concerti. Luoghi di vita, abitati da gente normale. Perché ciò che fa più paura è essere colpiti nella propria quotidianità.
C’è da chiedersi come sia stato possibile.
Un attacco su vasta scala come questo è preparato da tempo, coordinato. Necessita di approvvigionamenti di armi, munizioni, esplosivi, mezzi di trasporto, di un coinvolgimento di un vasto numero di miliziani.
È possibile che nelle settimane precedenti i servizi francesi non abbiano avuto nessun sentore di ciò che stava per capitare? Siamo di fronte all’incapacità del sistema di sicurezza francese o ad un salto di qualità della macchina del terrore?
Io sono più propenso a considerare la seconda ipotesi, ovvero che la capacità logistica, tecnologica congiunta alla preparazione militare, consentano in questo momento all’Isis di beffare i nostri sistemi di prevenzione.
In queste ore qualcuno invita alla calma, a non considerare un impegno militare maggiore, tuttavia secondo me non ci si può più affidare solo alla capacità di prevenire.
In Italia, per esempio, c’è una grande esperienza di anti terrorismo. 25 anni di guerra contro le Brigate Rosse hanno sicuramente consentito di rafforzare il nostro apparato di sicurezza. Servizi segreti, polizia e forze dell’ordine hanno saputo in questi anni prevenire molti eventi drammatici ma questo potrebbe non essere più sufficiente.
La centrale del Terrore ha un luogo e un nome. Si chiama Islamic State ed è situata in una porzione di territorio tra Iraq e Siria e, da qualche tempo ha aperto qualche “filiale” nel Mediterraneo e in Africa. Quella centrale deve essere smantellata senza indugio, perché non esiste nessuna ragione che possa giustificare ciò che è accaduto a Parigi e se l’Italia verrà chiamata a fare la propria parte, deve dare il proprio contributo senza indugio.

 Non c’è libertà se non c’è sicurezza.

Ed è per questo motivo che impegnarsi per il valore della sicurezza significa difendere la nostra libertà, anche a costo di accettare la sfida lanciata dall’Isis.