Di rientro dal 15° Forum delle Relazioni Transatlantiche della NATO, che si è tenuto alla National Defence University di Washington D.C. il 7 e 8 dicembre, desidero affrontare qualche riflessione di carattere generale e vorrei farlo in modo franco, nonostante il mio “atlantismo”.

Forse è proprio la mia convinzione che da parte degli Stati Uniti d’America ci possa e ci debba essere un salto di qualità sull’impegno internazionale, in un momento in cui il fianco Est e Sud della Nato sono esposti a nuovi e maggiori rischi, a far nascere una sorta di criticità rispetto ad un atteggiamento poco decifrabile dell’amministrazione americana.

C’è un modo di dire negli USA. “many strategies, no good strategy” che tradotto suona più o meno “non è una buona strategia avere molte strategie”.

Ma è proprio questa sensazione che mi è rimasta all’indomani delle varie sessioni in cui ho avuto modo di sentire le relazioni di esponenti del governo USA, ambasciatori, militari ed esponenti di think tanks.

Il mese di dicembre 2015, inaugura l’anno elettorale, l’appuntamento più importante e atteso dagli Americani, ovvero la corsa per la presidenza ed è proprio questo clima, di confronto e attesa che il dibattito offre, fuori di ogni retorica, un quadro complesso di come l’establishment USA sia fortemente diviso sulla maggior parte dei temi di politica estera.

Una divisione che non attraversa la demarcazione Democratici – Repubblicani, ma che è molto più profonda e trasversale, salvo cinicamente ricomporsi nel dare un giudizio negativo rispetto all’attività, o l’inattività del presidente Obama rispetto alle crisi del medio Oriente, in particolare l’espansione dell’ISIS.

E’ interessante cogliere alcune queste contraddizioni profonde.

Da una parte l’Isis viene vista come la centrale del terrorismo, capace di minacciare la sicurezza nazionale e degli alleati e in virtù di questo si ritiene che solo un intervento militare su larga scala “mettendo il piede sul terreno” in Siria e Iraq possa essere la soluzione, dall’altra si immagina che la soluzione possa venire dall’impegno di altri paesi arabi – musulmani e si esorcizza una nuova e ulteriore fase di impegno militare USA, che risulterebbe troppo costosa.

Da una parte si mette in luce la bontà dell’accordo sul nucleare con l’IRAN, dall’altra ci si profonde con l’antica retorica sullo stato canaglia, la minaccia atomica, l’inaffidabilità degli Ayatollah.

Da una parte l’Arabia Saudita rimane il partner principale in Medio Oriente, un partner economico e commerciale irrinunciabile ma dall’altra si esprime preoccupazione per il legame, soprattutto finanziario, che le famiglie saudite e le altre monarchie del golfo avrebbero con l’ISIS.

Da una parte si rappresenta Putin come un nemico pericoloso, inaffidabile, imprevedibile nella realizzazione del disegno russo neo imperialista, dall’altra si ammette che la federazione Russa è un partner fondamentale sul piano militare e di intelligence per la lotta a terrorismo di matrice islamica.

Da una parte si esprime soddisfazione per il lavoro compiuto per il TTIP (trattato di libero scambio) dall’altra si ammette candidamente che prima dell’insediamento della nuova amministrazione americana (gennaio 2107) non ci sarà nessuna ratifica da parte del Congresso.

L’impressione generale insomma è che non ci sia la volontà di compiere nessun salto di qualità rispetto a come l’amministrazione USA ha condotto la politica estera fino ad oggi, e che per vedere qualcosa di nuovo bisognerà attendere, i primi mesi del 2017, l’insediamento del nuovo inquilino della Casa Bianca.

Sperando che tutto questo tempo non aggravi le situazioni di crisi in corso.