Quando tre mesi dicevo che il prossimo sindaco di Venezia sarebbe stato Luigi Brugnaro, assistevo agli sguardi increduli e alle risatine di colleghi parlamentari e dirigenti di partito di tutto l’arco costituzionale.
Oggi che Luigi Brugnaro ha indossato la fascia tricolore è possibile che allora tirassi ad indovinare oppure che coltivassi una speranza, o forse che avessi compreso ciò che stava per accadere.

Il “caso Venezia” non è frutto di un modello pensato a tavolino da chi, immediatamente dopo l’esito, ha cercato di mettere il cappello e di diventare uno dei tanti padri che solitamente hanno le vittorie.
Il “caso Venezia” è invece un mix di alcuni fattori che vale la pena di approfondire e che possono rappresentare un elemento di analisi e di innovazione sui quali è necessario che la politica nazionale dedichi la giusta attenzione.

Il primo elemento imprescindibile è la forza di Luigi Brugnaro. Il coraggio di giocare una partita difficile senza rete, offrendo agli elettori ogni aspetto della sua vicenda personale e d’impresa. Una vicenda il cui tratto è la credibilità.
In meno di 85 giorni ha convinto la città, che ha un insediamento sociale storicamente a sinistra, che era giunto il tempo di cambiare segno. Ciò è stato possibile attraverso una campagna elettorale generosa, davvero in mezzo alla gente. Sicuramente l’efficiente modello di comunicazione ha avuto una valenza importante. Ma c’è stata la possibilità di comunicare un candidato sindaco che ha dimostrato ogni giorno di crescere nella conoscenza dei complessi problemi della città e che, giorno dopo giorno, ha offerto una chiarezza di posizioni e di proposte su portualità, economia, sicurezza, riorganizzazione del complesso sistema della pubblica amministrazione, vocazione internazionale della città, cultura, turismo e molto altro. In sostanza ha offerto un’antropologia positiva, ovvero una visione di Venezia come opportunità e non come un problema. Ha anteposto il coraggio alla paura, la necessità di crescere all’egoismo del conservare, la fiducia nei cittadini e nelle istituzioni al sospetto.
In secondo luogo è opportuno e evidenziare che intorno a Brugnaro è nato un movimento vero di persone. Luigi ha scelto di tenere un passo indietro i partiti e di chiedere un passo avanti alle tante persone che hanno creduto al suo impegno e al suo progetto. Uomini e donne che non si sarebbero mai mobilitati in operazioni politiche ordinarie e che sia per il consiglio comunale che nelle municipalità hanno raccolto la sfida in modo militante, abitando strade, piazze e incontrando migliaia di cittadini in poche settimane.
Infine ci sono le responsabilità del PD e le sue contraddizioni che esplodevano giorno dopo giorno.
L’arroganza di credere che il netto risultato di Felice Casson alle primarie, in cui hanno votato poche migliaia di persone, rappresentasse l’ipoteca sulla vittoria elettorale. Un’arroganza che ha portato sia il candidato che il partito a chiudersi nel recinto della sinistra, fingendo di non avere responsabilità nel grave dissesto dell’amministrazione comunale e dare per scontato che dipendenti pubblici e il tradizionale elettorato di centro sinistra avrebbero votato comunque il sindaco – magistrato -sceriffo.
Molti degli sconfitti pensano oggi che abbiano sbagliato gli elettori. Che i cittadini non abbiano capito la proposta del PD e di Casson, ma la verità è un altra.
Chi va a votare non è stupido e sa che non può essere credibile una proposta politica che tiene insieme i più duri e peggiori istinti di conservazione, che a Venezia sono stati rappresentati dalla storia politica, personale e le relazioni politiche di Casson, congiuntamente alla convinzione della necessità di compiere una trasformazione e cambiamento del Paese, ovvero il tentativo che oggi Renzi incarna.
In queste ore molti di quelli che hanno perso, e che non hanno capito le ragioni della sconfitta, si affrettano a dire che Brugnaro durerà poco. A questi dico che si mettano pure il cuore in pace. Luigi non è solo un uomo che sa vincere le elezioni, ma è anche un uomo che concepisce la vittoria solo nella misura in cui riesce ad avere ragione della sfida finale, quella della buona amministrazione.
Ha tutte le carte in regola e le persone per vincere la sfida più importante, e il ciclo che si è aperto durerà a lungo.