“Per ottenere un cambiamento radicale bisogna avere il coraggio d’inventare l’avvenire. Noi dobbiamo osare inventare l’avvenire.”
(Thoms Sankara)SOSTENERE LE IMPRESE PER SOSTENERE IL LAVORO
La riforma del mercato del lavoro è complicata perché è tardiva.
Le barriere ideologiche e culturali hanno contribuito in modo irresponsabile, a far si che il Parlamento non affrontasse a tempo debito i temi della riforma del sistema pensionistico, degli ammortizzatori sociali, dei contratti e della riforma del mercato del lavoro.
Anni di discussioni improduttive e di mancate scelte hanno prodotto un enorme buco nero e oggi, che è giunto il tempo di decidere, lo si deve fare in una situazione in cui il mercato del lavoro, inteso come incrocio domanda – offerta, è più fragile rispetto a qualche anno fa, e le disponibilità economiche che può mettere in campo lo Stato, per sostenere il lavoro sono praticamente ridotte a zero.
Il dibattito che si è riaperto in queste settimane intorno all’articolo 18 ha assunto i contorni di un romanzo di Franz Kafca e contribuisce ancora una volta a spostare il merito della questione.
Non v’è dubbio che uno Stato civile deve avere a cuore che ogni persona possa costruire il proprio progetto di vita intorno ad un elemento di certezza e, a questo riguardo, Amartya Sen definisce correttamente il tema della libertà, non solo come esercizio dei diritti primari, ma anche come espressione delle aspirazioni individuali in relazione alla capacità economica dell’individuo.
Tuttavia oggi è ipocrita pensare di perseguire questo obiettivo attraverso i simboli, o la difesa ad oltranza degli stessi.
Il primo fattore capace di generare il lavoro è l’economia reale.
La scelta di una persona di fare l’imprenditore, e l’affidabilità del contesto istituzionale in cui questa scelta matura rappresentano i fattori principali di generazione del lavoro.
In Veneto sono attive circa 500.000 imprese, circa una ogni dieci abitanti.
Il 98% di queste sono sotto la soglia fatidica dei 15 dipendenti, perché storicamente si sono consolidate come imprese familiari e piccole imprese artigiane, eppure hanno contribuito in modo determinante alla crescita del tessuto economico e sociale della regione.
L’impresa e il lavoro, sono stati in pochissimi casi fattori contrapposti, salvo quando sono stati oggetto di strumentalizzazioni nelle grande aree di industrializzazione forzata (l’esperimento delle partecipazioni statali a Marghera).
L’imprenditore in Veneto non si pone il problema certo di avere una legislazione che gli consenta di licenziare i propri dipendenti. Certo, mediamente ritiene iniquo, passata la soglia dei 15 dipendenti, che sia praticamente impossibile ridurre le unità di lavoro soprattutto in relazione ad eventi straordinari che riducono i fatturati.
Tuttavia le questioni sono altre, e in via prioritaria, il problema non è poter licenziare, ma poter assumere, e successivamente gratificare e fidelizzare il lavoratore che diventa parte della storia dell’azienda. Diviene un capitale che civilisticamente non viene evidenziato nello stato patrimoniale del bilancio, ma che racchiude in sè competenze, conoscenze e relazioni che hanno un valore oggettivo. A volte un valore inestimabile per l’azienda.
La questione è sensata, se si pensa ad esempio al fatto che, a fronte di circa 2.700 euro di costo azienda, un lavoratore percepisce poco più di 1.250 euro in busta paga.
In aggiunta al costo del lavoro eccessivamente elevato, persiste anche in Veneto una situazione di affidabilità del contesto istituzionale che certo non aiuta.
Lasciando stare per un attimo il sistema bancario, che sta utilizzando la liquidità della BCE per sistemarsi i conti delle singole banche anziché sostenere il sistema economico, la sola Pubblica Amministrazione (fonte ABI) tiene bloccati in Veneto circa 7 miliardi di euro di pagamenti alle imprese, che relativamente alla spesa corrente scontano ormai mediamente 178 giorni di ritardo sull’incasso.
In questo quadro, segnato dalla crisi, lo Stato ha speso in Veneto nel 2011 oltre 3 miliardi di euro di ammortizzatori sociali, e per poter far fronte alla richiesta ha dirottato su cassa integrazione e altri strumenti anche i fondi europei dedicati alle politiche attive del lavoro (formazione, riqualificazione…).
Se le banche tornassero a fare il proprio mestiere, se la pubblica amministrazione recepisse la direttiva europea che prevede l’obbligo dei pagamenti in 30 giorni, se una parte dei soldi delle “politiche passive” del lavoro venissero utilizzate per ridurre il costo del lavoro, se gli enti locali potessero offrire regole e tempi certi alle iniziative imprenditoriali, l’economia reale ne trarrebbe un grande vantaggio e molti imprenditori sarebbero pronti a scommettere sul lavoro e soprattutto ad offrire un’opportunità ai giovani.
Certo è che serve un cambio radicale di mentalità che passa attraverso la necessità d mettere i soffitta i feticci e i santoni che li brandiscono.
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LA REGIONE INTERVENGA PER PREVENIRE I DISAGI DERIVANTI DALLA CHIUSURA DELLE SEZIONI STACCATE DEI TRIBUNALI
L’attuazione della riorganizzazione amministrativa dei tribunali, prevista dalla legge delega n. 148/2011, che ha convertito con modifiche il decreto legge 138/2011, si presenta particolarmente critica relativamente alla provincia di Venezia.L’amministrazione Giudiziaria Veneziana,che già dovendo gestire, anche logisticamente, le risorse per istituire il Tribunale delle Imprese non sarebbe in grado di gestire ed assorbire l’accorpamento in sede centrale delle Sezioni Distaccate, vista la mole di fascicoli concernenti gli affari civili che vengono trattati e che da soli ben superano il numero di fascicoli che ordinariamente tratta una singola sezione del Tribunale.
Tant’è che, allo stato attuale, il Tribunale di Venezia, che presenta degli uffici giudiziari logisticamente del tutto inadatti, con riferimento al settore civile non sarebbe in grado di accogliere la mole di lavoro nemmeno di una soltanto delle sezioni distaccate che attualmente sono operative.
Per questa ragione ho presentato una mozione dove si chiede alla Giunta Regionale di istituire un tavolo con l’ANCI ed i rappresentanti dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati e delle Camere Territoriali delle singole sezioni distaccate per monitorare l’attuazione del Decreto Legge 138/2011 nonché l’eventuale esercizio da parte del Governo della delega contenuta nella Legge 148/2011, al fine di evitare che i cittadini della Regione del Veneto, e in particolare della provincia di Venezia, si trovino ad affrontare le disfunzioni dell’amministrazione giudiziaria.
Nella mozione chiedo di rappresentare al Governo, in relazione alle esigenze in premessa indicate e comunque connesse alle problematiche territoriali e alla specifica situazione logistica del Tribunale di Venezia, la necessità che le sezioni distaccate del Tribunale di Venezia permangano in via transitoria nella loro operatività.
L’eventuale successiva chiusura dovrebbe perciò avvenire in modo graduale, e deve essere vincolata comunque all’attuazione della realizzazione del secondo stralcio della Cittadella della Giustizia di Piazzale Roma (Venezia), tenendo conto, in ogni caso, che la morfologia della provincia nonché la mole di fascicoli che porterà la sezione specializzata delle imprese richiederebbe comunque la permanenza di una sezione distaccata nell’area sud – ovest ed un'altra nell’area della Venezia Orientale.
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DA TREVISO E VERONA PRENDE IL VIA IL RADICAMENTO TERRITORIALE DI ITALIAFUTURA VENETO
Prende il via in questi giorni la fase di radicamento territoriale di Italiafutura Veneto, a partire dalle città di Verona e di Treviso.
L'obiettivo dell’associazione è quello di diventare un luogo di aggregazione popolare capace di promuovere il dibattito sociale e l’impegno civile, in una fase in cui il nostro Paese ha bisogno di far crescere idee e proposte nuove e persone credibili per interpretarle.
Vanno sottolineate la natura culturale e le finalità di animazione civile dell’associazione, attenta alla delicata situazione economica politica ed istituzionale del Paese e della nostra regione, ma distante da ogni impegno partitico diretto e disinteressata a qualsiasi forma di coinvolgimento nelle dinamiche dell’attuale confronto tra le varie forze politiche.
Nelle prossime settimane sia a Treviso che Verona i soci fondatori daranno vita alle associazioni dei comuni capoluogo, che avranno anche il compito di sviluppare il radicamento attraverso le associazioni comunali dei rispettivi territori di riferimento e le attività associative.
Per quanto riguarda Treviso i promotori della nascita di ItaliaFutura sono Diego Bottacin, Consigliere Regionale, Maria Gomierato già sindaco di Castelfranco, Giovanni Schiavon Presidente del Tribunaledi Treviso e Pierluigi Damian imprenditore.
A Verona invece il compito è affidato ad un nutrito gruppo già attivo da qualche tempo. Il processo organizzativo è presieduto da Alberto Aldegheri sotto il coordinamento di Manfredi Ravetto,quest’ultimo nel duplice ruolo di coordinatore regionale nonché comunale di Verona.
Andrea Causin
Coordinatore regionale IF Veneto
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Bilancio e legge e finanziaria: un’altra occasione persa
Nei corridoi di Palazzo Ferro Fini da settimane si sente la litania dei Consiglieri e degli Assessori, che al telefono o ai questuanti di turno ripetono “quest’anno va mal, no ghe xe più schei”.
In Veneto, il dialetto è la lingua ufficiale, si usa nelle occasioni importanti, nei momenti ufficiali o per rimarcare la verità in una questione che si vuole sostenere.
Per fare gli affari, per litigare tra marito e moglie, per chiudere un accordo.
Ma per comprendere il clima a “palazzo” bisogna inquadrare bene la questione.
La Regione del Veneto può contare su un bilancio di circa 14 miliardi di euro.
Di questa cifra enorme la cifra destinata alla spesa corrente, ovvero quella destinata a finanziare le leggi regionali relative alle competenze che la Costituzione affida alle regioni, è poco più di 1 miliardo e 400 milioni di euro. Ciò accade perché circa 9 miliardi sono vincolati alla spesa sanitaria e 3 miliardi e qualcosa sono quella che si definisce spesa “vincolata”, ovvero spese per il personale, organi istituzionali, trasferimenti ad enti ed agenzie, ammortamenti, mutui, etcc….
La disponibilità di spesa corrente si è progressivamente ridotta negli ultimi tre anni (quasi dimezzata) perché la Corte dei Conti ha, a più riprese, eccepito sul fatto che era stato raggiunto “il livello massimo di indebitamento consentito”.
Che significa questa frase?
Significa, che negli anni scorsi, che ogni qual volta sono stati assunti degli impegni economici di spesa corrente si è acceso un mutuo…..come se una famiglia, per fare la spesa ricorresse al finanziamento.
In questo meccanismo, consentito dalla legge, risiede la ragione della quota parte di indebitamento pubblico che ha contratto la nostra Regione.
Nella situazione delicata che sta attraversando il nostro paese si è persa una occasione importante per razionalizzare la spesa e per rompere un meccanismo consociativo “maggioranza – opposizione” che negli anni scorsi ha cagionato un'aumento della spesa e del debito.
Il bilancio che il Consiglio si accinge ad approvare può essere definito solo in un modo: incivile.
Perché azzera quasi tutti i capitoli a sostegno delle situazioni di povertà.
Coerentemente alla situazione che (semplificando molto) ho illustrato, ho presentato alcuni emendamenti che non producono spesa, in modo particolare il fondo di garanzia per le famiglie in difficoltà, e lo sgravio IRAP per le imprese che assumono le persone over 50 in disoccupazione.
Serve però, in prospettiva, un lavoro radicale che miri alla riduzione dei costi della pubblica amministrazione regionale, attraverso processi di semplificazione e liberalizzazione, che possano generare economie di 500 milioni di euro l’anno, per poter tornare a contare su un bilancio che contiene misure di sviluppo e di sostegno alle povertà.
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Nasce Italia Futura Veneto
Italia Futura parte in Veneto, e anche nella nostra regione porteremo avanti le istanze che caratterizzano l’associazione dalla sua fondazione. Italia Futura è nata per promuovere il dibattito civile e politico sul futuro del Paese, per andare oltre le patologie di una transizione politica infinita e ripetitiva, che ci consegna oggi un Paese più fragile e più povero.
È uno strumento di mobilitazione libero, agile e trasparente che vuole dar voce a chi non si rassegna a contribuire alla vita pubblica solo il giorno delle elezioni.
Il Veneto è una regione di straordinaria importanza: le sue 500 mila imprese (una ogni 10 abitanti) producono 150 miliardi di PIL annuo. Una quota di ricchezza molto più grande della quota di popolazione, rispetto all'intero territorio nazionale.
La cultura del lavoro e dell'impresa rappresentano, in Veneto, un fattore rilevante, dal punto di vista economico e sociale, ma anche di straordinaria complessità in un momento di crisi. E' necessario offrire subito una prospettiva nuova per continuare a crescere, valorizzando il patrimonio storico, artistico e ambientale, promuovendo la vocazione internazionale, la passione per il volontariato e la straordinaria cultura del lavoro manuale, che diventa capacità di produrre beni di qualità inimitabile.
Dal 2008 ad oggi la crisi economica ha cambiato profondamente le prospettive di crescita della nostra regione. Sono diminuiti i fatturati delle imprese, è aumentata la disoccupazione, è in discussione il rapporto tra aziende ed enti locali (che hanno tempi di pagamento medi di oltre 170 giorni) ed è sempre maggiore il numero dei giovani che non riescono a costruire il proprio progetto di vita.
In questo quadro è sempre più debole la capacità di intervento degli enti locali, che hanno visto negli ultimi dieci anni assottigliarsi la capacità di spesa corrente e ridotta all'osso la capacità di mettere in campo investimenti.
Da una parte il Veneto continua ad avere delle grandi potenzialità : la sua cultura, il posizionamento geografico strategico, la capacità di proiettarsi su sfide internazionali, un valido sistema di istruzione, un’organizzazione sanitaria e di assistenza tra le migliori d'Europa, una rete di associazionismo e volontariato che fornisce, ben prima dello Stato, risposte ai bisogni sociali e delle comunità.
Dall'altra il Veneto, di fronte alle sfide della crisi, deve poter contare oggi, ancora di più, su una politica capace di compiere quelle scelte che consentano di crescere e di coniugare lo sviluppo al benessere.
Anche in Veneto è tempo di togliere i lacci che generano sfiducia e bloccano lo sviluppo.
Le istituzioni devono diventare più leggere, affidabili e meno costose. Gli enti locali devono ridurre i costi di funzionamento e migliorare i servizi, attraverso la semplificazione, l'eliminazione dei livelli intermedi, le aggregazioni dei piccoli comuni, la soppressione degli enti inutili e inefficienti, garantendo tempi di pagamento certi alle imprese che lavorano per la pubblica amministrazione.
I servizi pubblici locali devono esprimere maggiore qualità e proporsi ai cittadini con costi adeguati. Le aziende pubbliche offrono troppo spesso servizi di bassa qualità, per esempio nell'ambito del trasporto pubblico, anche quello su rotaia.
E' tempo di mettere in campo una nuova generazione di infrastrutture fisiche e dei saperi. Ma per vincere la sfida dello sviluppo, anche in chiave Europea, è necessario porsi subito il problema di come si muoveranno le merci e le persone tra 10 anni, nell'area più caratterizzata da insediamenti produttivi e abitativi.
Il Veneto deve diventare un luogo per giovani, un contesto affidabile e ideale per avviare imprese, una comunità coesa, in grado di offrire a tutti la possibilità di costruirsi un futuro.
La sfida dei prossimi anni infine sarà quella di cambiare volto alla regione. Nel mondo siamo conosciuti come la regione dove l'urbanizzazione ha fagocitato porzioni enormi di territorio. Dal Veneto dei capannoni e delle periferie anni '70 si deve passare al Veneto della qualità della vita attraverso la riqualificazione urbanistica e la "restituzione" di porzioni di territorio alla campagna.
Italia Futura Veneto sarà attiva con idee e proposte soprattutto sul fronte della tutela delle persone più deboli. Il nostro impegno sarà quello di contribuire a costruire una sanità migliore, senza sprechi e senza intrusioni della politica. Ogni cittadino deve poter contare su medici capaci e su strutture ospedaliere all'altezza delle più moderne aspettative. E' finito il tempo del medico mediocre nominato dal politico e dell'ospedale fatiscente sotto casa. Ogni cittadino deve poter scegliere e trovare il meglio.
Oggi non ci possiamo più permettere che la politica non sia all'altezza di compiere le scelte di cui l'Italia e il Veneto hanno bisogno. L'indebitamento pubblico, la corruzione diffusa, l'enorme evasione fiscale di Stato, il costo abnorme della pubblica amministrazione, il sistema non concorrenziale degli appalti pubblici....sono nodi che vanno affrontati con decisone.
Da queste sfide dipende il futuro del Veneto e dell'Italia e proprio rispetto a queste sfide e ai grandi temi, sentiamo il diritto e dovere di esserci e di essere protagonisti.
Per questo ci impegneremo per trovare delle risposte e lo faremo con quanti avranno voglia di farlo insieme a noi.
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ITALIA FUTURA VENETO
Cara amica, Caro amico,
sono contento di annunciare che domani, 3 marzo 2012, a Padova si terrà la conferenza stampa per la nascita di Italia Futura Veneto.
Dopo l’apertura, negli scorsi mesi, delle associazioni regionali nelle Marche, in Liguria, in Toscana, in Puglia, in Friuli Venezia Giulia, in Romagna e in Basilicata, si aggiunge un altro punto di aggregazione in Italia.
Questo perché siamo convinti che la passione civile sia disseminata ovunque sul territorio e che proprio lì si giochi una partita decisiva per il rinnovamento di tutto il Paese.
Tutto questo non sarebbe stato possibile senza i tanti iscritti veneti alla comunità di Italia Futura: persone unite da un forte senso civico e dalla voglia di impegnarsi.
Persone come te.
Continua a darci il tuo aiuto, puoi contribuire anche tu alla crescita di IF VENETO: un'occasione concreta per far sentire la tua voce e fare rete con molte altre persone che vogliono anche loro incidere sul futuro del proprio paese.
Da lunedì 5 marzo sarà attivato il sito www.veneto.italiafutura.it, un luogo virtuale in cui sarà possibile incontrarsi e condividere le proprie idee.
La tua voglia di fare è il nostro bene più prezioso, il primo passo che facciamo insieme verso un'Italia Futura.
Grazie,
Il Coordinatore regionale di Italia Futura Veneto
Andrea Causin
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L'OPINIONE: E' SBAGLIATO DIRE NO ALLE GRANDI NAVI DA CROCIERA
Il dibattito sul tema delle grandi navi in laguna ha assunto una piega insolita e pericolosa alla luce del naufragio della Costa Concordia. Se da un punto di vista è comprensibile che l’impatto emotivo possa condizionare le valutazioni di chi non conosce l’argomento dal punto di vista tecnico, dall’altro è preoccupante osservare autorevoli rappresentanti delle istituzioni paventare il blocco immediato, attraverso provvedimenti e ordinanze, del transito delle grandi navi da crociera.
L’incremento della crocieristica a Venezia è un dato di fatto, ma rappresenta marginalmente un problema d’inquinamento e non può essere associato in nessun modo a questioni di sicurezza.
Che il naufragio della Concordia non sia un incidente, ma semplicemente la deliberata intenzione del comando dell’unità di portare la nave contro lo scoglio, lo dicono i dati divulgati da CLIA (Cruise Lines International Association) e da ECC ( European Cruise Council).
Negli ultimi cinque anni 100 milioni di crocieristi hanno navigato nei mari di tutto il mondo e “solo” 16 persone sono occorse in incidenti mortali (comprendendo anche chi si è lanciato volontariamente fuori bordo o ha subito incidenti all’interno delle aree portuali ).
A Venezia in questi anni si è lavorato tantissimo sulla sicurezza, come ricordava in un intervista il capo dei piloti.
Le navi entrano nelle bocche di porto assistite dai rimorchiatori, con i piloti locali che sono addestrati in ogni condizione atmosferica. Vengono seguite con i sistemi Global Position System e hanno eco-scandagli plotter che offrono al pilota le condizioni del fondale (che da noi non è roccioso) e della profondità.
Se l’argomento “sicurezza” è inesistente, fragile lo è anche quello dell’inquinamento.
In primo luogo perché esiste il Venice Blue Flag (concordato tra Autorità Portuale e Capitaneria di Porto) che impone alle grandi navi di entrare nei porti alimentati da combustibile a basso contenuto di zolfo 0,1 % che ha un bassissimo impatto in termini di produzione di sostanze inquinanti.
In secondo luogo, ammesso che l’inquinamento della laguna fosse generato dalle navi da crociera e non da quelle mercantili, o dal traffico nautico ordinario, che da tempo immemore solca le acque lagunari, non mi pare elegante, anzi addirittura razziale, affermare che possono essere spostate e di conseguenza inquinare, a Pellestrina o a Marghera.
Il contributo all’economia della città del settore crocieristico è stato in questi anni di fondamentale importanza. Intorno a questo filone sono cresciute professioni tradizionali e ne sono nate di nuove.
Attraverso gli investimenti importanti della VTP e dell’Autorità Portuale è stata riqualificata la Marittima, una parte della città che oggi oltre che accogliere i passeggeri sta sviluppando una vocazione fieristica.
E’ perciò fuori luogo pensare che provvedimenti e ordinanze possano determinare uno stop immediato alle grandi navi.
Ha senso invece verificare fino in fondo l’ipotesi del presidente del porto Paolo Costa, che prevede la realizzazione di un nuovo canale che avrebbe il vantaggio di dimezzare il numero dei passaggi attraverso il bacino S. Marco e il canale della Giudecca, attraverso una sorta di senso unico.
Tra l’altro vorrei ricordare che i 450 traghetti che oggi collegano Venezia alla Grecia e che attraccano ancora alla Marittima verranno spostati nel 2013 nel nuovo terminal traghetti di Fusina, questo significa che già dal prossimo anno vi saranno 900 transiti in meno di navi attraverso il bacino San Marco.
Le argomentazioni che ho addotto non servono a negare l’esistenza del problema, tuttavia un semplice divieto rischia di generarne altri di portata maggiore. Non basta dire “no”, bisogna trovare un’alternativa seria.
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DUE MISURE PER IL SOSTEGNO AL CREDITO PER LE IMPRESE
L’ultimo trimestre del 2011 ha offerto delle indicazioni fortemente negative relativamente all’andamento dell’economia in Veneto. Nonostante il trend profondamente negativo dell’economia in area Euro e le previsioni di recessione che riguardano l’Italia, il sistema Veneto, che è costituito da centinaia di migliaia di PMI, continua a dare segnali di tenuta.
Le previsioni non sono buone nemmeno per il 2012.
Nel quadro profondamente negativo dell’economia mondiale, anche le imprese Venete si confrontano con il calo dei fatturati, l’incertezza del portafoglio ordini, la difficoltà del mercato interno.
Ad acuire il quadro di difficoltà dell’economia reale vi sono due elementi di criticità molto forte.
Il primo è legato all’allungamento costante dei tempi di pagamento da parte della pubblica amministrazione, che in alcuni casi vanno oltre i 300 giorni. Il secondo è legato alla sempre maggiore difficoltà di accedere al credito da parte delle imprese, sia per far fronte alle esigenze di immediata liquidità (legate ai ritardi sui pagamenti o al rischio d’impresa) sia per intraprendere quegli investimenti che consentono l’innovazione nel prodotto e nel processo.
Il problema dell’accesso al credito è sicuramente legato alla stretta applicata con i criteri di Basilea, ma anche a una vera e propria crisi di liquidità che sta investendo il sistema bancario italiano.
In questo scenario diventa urgente che la Regione si attivi per sostenere, sia in termini quantitativi che nella semplificazione delle modalità di accesso, gli strumenti che consentono di incrementare il grado di affidabilità delle imprese, attraverso una migliore e maggiore operatività dei Consorzi di Garanzia e attraverso una semplificazione di accesso ai Fondi relativi ai settori produttivi
In questo scenario, insieme al collega Diego Bottacin, su sollecitazione di alcune categorie che rappresentano le PMI ho presentato due proposte di legge.
La prima “Unificazione dei fondi di rotazione” prevede l'unificazione dei fondi di rotazione che sono allocati dalla Regione Veneto presso veneto Sviluppo ed è finalizzata a fare in modo che vi sia da una parte una semplificazione amministrativa e dall'altra una maggiore disponibilità di fondi. Attualmente infatti ci sono delle aree di intervento sottoutilizzate (Agroindustria) e alcune che invece presenterebbero maggiori esigenze di finanziabilità in termini di numero di richieste (commercio). Unificare i diversi fondi di artigianato, commercio, turismo, agroindustria, industria in un unico fondo per le PMI significa un accesso più semplice da parte di ogni tipologia di impresa, minori tempi e costi di istruttoria da parte di Venetosviluppo e di conseguenza una maggiore capacità di intervento, intesa come numero di aziende finanziate.
L'unificazione dei fondi porterebbe alla creazione di un unico fondo che sarebbe abbondantemente oltre i 300 milioni di euro. Questa misura, tenendo conto che i fondi non sono completamente utilizzati, e che comunque vengono alimentati dalla restituzione dei prestiti agevolati da parte delle imprese che già ne usufruiscono, offrirebbe a Veneto sviluppo la capacità immediata di intervenire per qualche decina di milioni di euro aggiuntivi all’attuale capacità.
La seconda iniziativa di legge “misure per il sostegno al credito delle imprese Venete” riguarda invece il sostegno al sistema dei consorzi Fidi del Veneto.
Nella finanziaria 2009 per il 2010 si era stabilito di creare un fondo di garanzia per il sostegno delle PMI nella contingenza della crisi.
La Giunta, in attuazione al provvedimento del Consiglio, ha trasferito nell’agosto del 2010 a Venetosviluppo 35 milioni di euro azzerando di fatto le dotazioni dei Consorzi Fidi di Garanzia, previste dalle leggi regionali sull'artigianato, il commercio e l'industria. Nel bilancio 2011 i fondi non sono stati ripristinati e non ve n’è traccia nemmeno nel bilancio di previsione per il 2012.
Di fatto l'operatività dei consorzi fidi è stata fortemente ridimensionata nel momento in cui ce ne sarebbe maggior bisogno e per contro Venetosviluppo è ancora in grossa difficoltà rispetto alla gestione dei 35 milioni che risultano impiegati solo in minima parte.
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IL NUOVO PIANO SANITARIO, VALUTAZIONI ED EMENDAMENTI
Nelle prossime settimane approderà in consiglio il Nuovo Piano Socio Sanitario il documento di programmazione che fissa gli indirizzi generali del sistema sanitario del Veneto.
Insieme ad alcuni operatori e profondi conoscitori della sanità Veneta con il collega Diego Bottacin, abbiamo elaborato alcuni emendamenti al piano che mirano a far arretrare l’ingerenza della politica dalla gestione della sanità, alla riorganizzazione delle aziende ospedaliere e dei distretti su base demografica, all’organizzazione dei servizi di scala sulla dimensione dell’Area Vasta, a nuovi criteri di riparto del fondo sanitario regionale e alla revisione complessiva della medicina di famiglia.
Il testo del progetto di legge depositato in V Commissione è molto timido rispetto alla necessità e l’urgenza di affrontare le scelte più difficili e complicate come le riduzioni del numero di ospedali, gli accorpamenti e la dimensione delle aziende sanitarie e paradossalmente è fin troppo dettagliato nell’intervenire in ambiti che non sono attribuiti alla competenza del piano quali la selezione del personale di direzione. Abbiamo voluto in prima battuta intervenire sul tema dell’ingerenza della politica nella gestione della sanità, perché nell’ambito sanitario un direttore generale o un primario non qualificati e nominati solo in virtù di una tessera di partito possono fare danni inimmaginabili sia sul piano economico che sulla qualità del servizio sanitario. Il nostro emendamento prevede che il presidente della Giunta regionale possa scegliere i Direttori Generali esclusivamente all’interno di un elenco di 50 nomi titolati, approntati da un’agenzia di selezione. La seconda necessità che abbiamo affrontato per rendere efficiente ed efficace la sanità veneta è la riorganizzazione delle aziende sanitarie e dei distretti. A tale scopo abbiamo approntato due emendamenti che pongono un termine massimo di 180 giorni per ridisegnare i confini di Ulss e distretti, prevedendo una riduzione del numero di Aziende, di ospedali e di distretti senza inficiare la distribuzione territoriale dei servizi e la qualità degli stessi» Nella manovra emendativa abbiamo dato rilievo alla creazione dell’Area Vasta dei servizi di scala, come la logistica, gli acquisti, la tesoreria e il sistema informatico. E’ necessario che ogni Ulss fornisca la refertazione elettronica, abbia il centro prenotazioni on line, pagamenti on line, ci sia un sistema medical record ospedaliero basato su standard regionale, l’interconnessione operativa tra software aziendali e il privato sia integrato nei sistemi aziendali. Rispetto al Fondo Sanitario Regionale, dal momento che la specificità è diventata l’alibi per generare spesa fuori controlli, abbiamo proposto che la quota di finanziamento pro - capite sia definita esclusivamente in base alla distribuzione per età e sesso della popolazione e all’incidenza delle principali patologie croniche. Nel campo della medicina di famiglia è necessario portare a compimento l’associazionismo sperimentando il passaggio dei medici di medicina generale alla dipendenza delle aziende sanitarie al fine di integrare l’opera dei medici di famiglia con i restanti servizi sanitari e ospedalieri. Inoltre, il medico sarebbe sollevato da una serie di incombenze amministrative, fiscali, organizzative, permettendogli di concentrarsi sull’attività clinica con vantaggio per l’azienda e per il cittadino.
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L’inadeguatezza dei partiti ad affrontare la modernizzazione del Paese
La drammatica transizione del governo “tecnico” guidato da Mario Monti, è solo l’inizio di un fase di transizione cruciale per il nostro Paese.
Dietro il paravento della ritrovata credibilità internazionale si celano le responsabilità gravi dei partiti e dei loro leader. E rimane anche in agguato l’inadeguatezza e la povertà di pensiero delle forze politiche, rispetto ad una crisi di sistema che costringerà un ripensamento generale delle regole dell’economa, della finanza e della democrazia.
La manovra di Monti, che io considero per molti aspetti iniqua, ha avuto il merito di racimolare i quattrini che servivano a scongiurare il default finanziario del nostro Paese.
E quella, per ora annunciata, sulle liberalizzazioni rappresenterà un timido avvicinamento agli standard delle economie di mercato dei paesi Europei che sono maggiormente competitivi.
Gli Italiani in questi mesi erano troppo impegnati a mettersi in salvo, a mettere le mani sul portafoglio per evitare il peggio e hanno preferito non affrontare il nodo delle responsabilità gravi dei protagonisti, partiti e persone, del ventennio scellerato della Seconda Repubblica.
Anche se il nostro Paese si salverà, e io mi auguro che si possa riuscire nell’obiettivo, il lavoro di ricostruzione sarà enorme.
Dopo il 2013 non sarà più possibile procrastinare la modernizzazione del nostro Paese.
Non ci potremo più permettere 250 miliardi/anno (stima dell’agenzia delle Entrate) di evasione fiscale.
Non ci potremo più permettere che un intervento chirurgico in un ospedale del Sud venga a costare 7 volte tanto lo stesso intervento eseguito in un ospedale del nord.
Non sarà più immaginabile che possano coesistere delle differenze come quelle che ci sono tra il Veneto che conta che con 5 milioni di abitanti, 2700 dipendenti regionali, produce 144 miliardi di prodotto interno lordo annuo e la Sicilia che pur avendo anch’essa 5 milioni di abitanti, conta su oltre 25000 dipendenti regionali e produce appena 68 miliardi di ricchezza.
Non sarà più ammissibile, al Nord come al Sud, che chi per un decennio ha dichiarato redditi superiori a 100.000 euro, pagando le imposte in proporzione, abbia una situazione di patrimonio (immobiliare e mobiliare) nettamente inferiore a chi ha dichiarato continuamente meno di 20.000 euro o perdite societarie.
Non sarà più accettabile che vi siano 2 milioni di immobili non accatastati (che non pagano l’IMU) o zone dove l’evasione IVA sfiora il 70%.
Non ci potremo più permettere una democrazia costosa e lenta, complicata da decine di livelli istituzionali, che fanno sembrare il nostro Paese come poco affidabile, per viverci, per investire, per far nascere e crescere un idea.
Personalmente non so quante possibilità abbia l’Italia di superare la crisi, ma ho la certezza che devono essere fatte presto delle scelte importanti di rottura con il passato.
E sono altrettanto certo che chi ha la responsabilità di avere generato il debito, di non aver compiuto quando poteva le scelte necessarie che potevano consentire di tenere in ordine i conti pubblici, e ha colpevolmente omesso la gravità della situazione agli Italiani, promettendo con superficialità un radioso avvenire ad ogni campagna elettorale, non è né adeguato né capace di affrontare la sfida della modernizzazione del Paese.
Figuriamoci se quei partiti che non sono in grado di cambiare la legge elettorale che permette di scegliere, in barba agli Italiani, il migliaio di persone che decidono le sorti del Paese, sapranno dopo il 2013 compiere le scelte di rottura e responsabilità di cui l’Italia ha bisogno.
Bene, o per meglio dire “abbastanza bene” Monti, ma sveglia Italiani !
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