Caro Presidente,
Ho letto con attenzione la lettera con la quale solleciti interventi a tutela del risparmio, nella prospettiva del rischio che si sta configurando per i risparmiatori rispetto alla delicata situazione di  Veneto Banca e Popolare di Vicenza.
L’ho trovata perfettamente nel tuo stile. Uno scaricabarile.
Seppur non possiedo azioni di questi istituti bancari e pur non avendo mai avuto rapporti bancari con essi,  ritengo che quanto sta accadendo in questi giorni è inquietante, soprattutto perché segue la crisi di altre quattro banche popolari e cooperative del centro Italia che hanno scaricato le perdite su oltre 100.000 risparmiatori.
La prospettiva che chi possedeva 1000 euro di azioni qualche mese fa, possa avere domani un controvalore di vendita circa 250 euro non è accettabile in alcun modo, principalmente per due ragioni.
La prima, e più ovvia, è che quei soldi nella maggior parte dei casi rappresentano i risparmi di una vita, quella che noi amiamo chiamare “musìna” (il salvadanaio). Denaro che è destinato a sostenere i figli nell’accesso al mondo del lavoro, ad aiutarli nell’acquisto della casa o come provvista nel caso di malattia o difficoltà.
La seconda è perché quei soldi sono stati affidati alla finanza locale, popolare e cooperativa per una questione di fiducia, e per un Veneto, essere tradito nella fiducia, è più grave di averci rimesso dei soldi.
Il Governo, caro Presidente, ha annunciato in queste ore che lavorerà su un pacchetto di misure per la tutela del risparmio e per la maggiore vigilanza.

Forse arriviamo tardi e sicuramente si doveva agire prima ma, come ben sai, le “nostre” banche locali a noi decisori della politica si sono preoccupate nei mesi scorsi di più di trasferire la necessità di tenere la governance in Veneto, più che raccontare la gravità della situazione di bilancio e patrimoniale in cui versavano.
Se avessero rappresentato alcuni mesi fa la vera situazione, invece di fare una battaglia per continuare a fare i padroni, le norme sulla vigilanza e la tutela dei risparmiatori potrebbero essere già state in vigore da tempo.
Sul fatto che si debba agire e che si debba farlo subito non c’è alcun dubbio.
Tuttavia, caro Presidente Zaia, credo che la situazione non possa e non debba essere chiusa con la solita pezza. Non siamo di fronte a un episodio o a un incidente.
Siamo di fronte al fallimento di un sistema e ciò che sta succedendo impone una serie di domande.
Qual’è il livello di responsabilità ha chi ha amministrato queste banche?
Cosa ha originato le perdite di Bilancio degli Istituti?
Perché si sono trovato così sotto patrimonializzati?
Dov’erano le grandi famiglie del capitalismo Veneto alcune delle quali sedevano nel consiglio di amministrazione?
Perché a qualcuno di loro, o ad essi collegato, che conosceva la gravità della situazione è stato concesso di vendere le azioni subito prima del disastro?
A chi sono stati dati i soldi in questi anni e per quali operazioni?
Ma sopratutto, hanno ancora senso le Banche Popolari, le BCC, quella che solitamente chiamiamo la finanza di territorio e di relazione, con quel sistema di costi, di sedi, di filiali, di dipendenti, di livelli retributivi dei quadri e dei dirigenti?
Ha ancora senso  fare una battaglia per quella che si presumeva migliore, più etica, quella che chiamiamo banca del territorio?
Sono domande sgradevoli, che possono urtare la sensibilità di qualcuno, ma ciò che è accaduto non solo a Veneto Banca, ma anche ad altri istituti segna la fine di un modello, ed è davvero meglio ripensare completamente il meccanismo prima che altri risparmiatori vengano rapinati oppure, come fanno certe BCC, vengano ripianate le perdite scaricando i costi sulle spese delle operazioni dei correntisti.
Se la finanza di relazione o di territorio significa che “Toni Sugamàn” che era in consiglio di amministrazione da i soldi a se stesso, agli amici, agli amici degli amici e il “mona” di turno, lavoratore, artigiano o pensionato, si vede scaricare le perdite anche di quei crediti e il deficit di funzionamento degli istituti, sui “quattro schei” che erano frutto di risparmi o liquidazioni, è meglio darci un taglio subito.
E aggiungo che se, secondo un presunto principio di mutualità si è scelto di ripianare le perdite presenti e future con utili da accantonare si è deciso di aumentare all’inverosimile i costi sulla gestione dei conti correnti, è risultato ancora più aberrante l’esercizio di prestare ai un cliente i loro soldi con uno spead di 8 o 10 punti (perché è notorio che la persona normale negli ultimi anni è stata affidata solo se metteva in pegno pressoché l’equivalente in denaro depositato o azioni/obbligazioni che era stato costretto a comprare), in un contesto in cui il costo del denaro e il rendimento dei depositi è quasi nullo.
La Politica è stata debole, è vero.
Molti di noi hanno creduto alla favola della mutualità, delle buone finalità, etcc, e hanno fatto una battaglia per tutelare lo status di BCC e Popolari su governance e controlli. Ci siamo fidati, è stato fatto un gravissimo errore, abbiamo sbagliato e dobbiamo porvi subito rimedio. La finanza locale è ammalata dello stesso male della grande finanza, con una sola piccola differenza e aggravante, che è vicina e conosce quelli a cui ha fatto pagare il conto a chi riponeva in essa la propria fiducia.
Il problema, caro Presidente, mi sento di dirtelo perché su questo la pensiamo in modo diverso, non è la governance locale, o auspicarsi che rimanga tale o disquisire sulla cooperativa o sulla SPA. La questione è la trasparenza, la vigilanza, la tutela del risparmio e la transizione a un sistema bancario più sobrio, meno costoso e più efficiente.

Con qualche sede faraonica e qualche fondazione in meno, ma che garantisca i risparmiatori e che sostenga le imprese in una fase in cui c’è una seppur timida ripresa.