Da qualche anno sono socio della Banca di Credito Cooperativo di S. Stefano di Martellago, già Cassa Rurale e Artigiana, e ho assistito in questi giorni al dibattito sulla fusione per incorporazione in cui, a causa delle difficoltà di bilancio, la nostra BCC è l’incorporata con tutto ciò che consegue. Perdita del nome, perdita della sede di direzione generale e presenza minoritaria negli organismi di gestione e di controllo della nuova banca. 
Anche se a prima vista sembra una resa, non posso tuttavia che essere d’accordo con il percorso intrapreso da Marco Michieletto insieme all’attuale consiglio di amministrazione. Gli amministratori hanno infatti il dovere di agire per la salvaguardia dell’azienda che rappresentano e, proprio per questa ragione, la strada di essere incorporati da un istituto più solido era una via obbligatoria. 

Si perde un nome e finisce una storia. Un avvenimento che fa male se pensiamo al patrimonio di storia e di identità, ma di questa scelta, gli attuali amministratori non ne portano il peso. Le responsabilità vanno ricercate altrove e indietro nel tempo. Leggerezza? Mala fede? Gestione amicale dei rapporti del credito?

Io sono solamente un socio. Non ho il quadro che può avere un revisore e tantomeno posso avere le funzioni della Vigilanza in termini di accertamento delle responsabilità.

In qualità di socio a me francamente oggi interessa che risparmiatori e soci siano stati messi in sicurezza dalla decisione degli amministratori attuali. Una decisone che, a detta proprio degli amministratori, salvaguarderà l’occupazione e l’identità attraverso il mantenimento della Fondazione Santo Stefano.

Il percorso intrapreso non servirà solo a salvare l’istituto da un probabile dissesto, ma anche ad anticipare l’evoluzione di un mercato, quello del credito, che a causa delle basse redditività sui prestiti e della digitalizzazione (che abbassa la necessità di costi del personale), non lascerà più spazio in futuro alle piccole realtà bancarie. 

Le banche del territorio hanno svolto un lavoro insostituibile dagli anni 60 alla metà degli anni 2000. 

Conosco moltissime realtà economiche del territorio, piccole e grandi, che si sono sviluppate grazie alla fiducia di una piccola Banca che era nata in canonica della Parrocchia da agricoltori, operai e artigiani in pieno e vero spirito cooperativo e mutualistico. So anche di chi, a ragione non si è trovato o non è stato trattato bene (ma queste cose nel mondo del credito purtroppo accadono). Ma si può affermare in modo oggettivo che la Cassa Rurale per il nostro territorio è stata una iniziativa preziosa che ha portato ricchezza e valore. Quella stagione purtroppo è finita ed è giusto operare le scelte che porteranno ad adeguare il modello bancario ad una stagione, che per la crescita, non è certo migliore di quella passata.

Ciò che di buono è stato fatto, non potrà essere cancellato dall’epilogo di questi giorni. Una vicenda che insieme a quella di Antonveneta, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, e altri Crediti Cooperativi interroga fortemente rispetto al modello di sviluppo di un territorio che rimane caratterizzato da una forte presenza di piccole – medie imprese che avranno comunque bisogno di una finanza locale, capace di conoscere le persone, le relazioni e le potenzialità delle attività.